Milano tra risse e rinvii così l’Expo rischia il flop

«Sono orgogliosa di essere italiana. La vittoria di Milano nella partita per l’Expo ha una spiegazione semplice: siamo stati uniti come sistema paese, abbiamo fatto gioco di squadra». Trentun marzo 2008. Letizia Moratti, raggiante, festeggiava così a Parigi la conquista dell’Esposizione Universale 2015. Un abbraccio a Romano Prodi (allora premier), i complimenti al telefono del presidente Giorgio Napolitano, un bacio furtivo al marito Gianmarco dietro una selva di telecamere. Oggi, dieci mesi dopo, sembra passata un’era geologica. Silvio Berlusconi ha sostituito Prodi.
C’è una crisi finanziaria che sta ridisegnando il mondo. E l’Expo tricolore, quella gioiosa macchina da guerra «destinata a creare 70mila posti di lavoro e a portare 29 milioni di visitatori in Italia», come si ostina a ricordare il caparbio sindaco meneghino, è fermo al punto di partenza.
Il gioco di squadra è un ricordo del passato. Volano gli stracci. Il centrodestra locale è bloccato dai veti incrociati sul primo risiko di nomine nella cabina di regia che farà piovere sulla Lombardia (in teoria) 11 miliardi di investimenti.
Si litiga – Comune da una parte, Regione e Provincia dall’altra – sulle deleghe per Paolo Glisenti, l’uomo forte cui Letizia Moratti vorrebbe affidare poteri assoluti nella gestione.
La Lega a caccia di visibilità (leggi poltrone) fa la fronda. E malgrado a Palazzo Chigi ci sia un premier di Arcore e una maggioranza decisamente più omogenea rispetto a quella del governo Prodi, anche con Roma le cose non vanno troppo bene, con Giulio Tremonti, da sempre catalogato nel fronte degli Exposcettici, che centellina i fondi con sospetta parsimonia.

 

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